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Articolo tratto dal Corriere della Sera

Vivendo in Italia ed essendo abituati alle cose italiane, per quanto ci si sforzi di essere fantasiosi, è davvero difficile immaginare un capo-azienda recarsi da un banchiere con la cravatta macchiata, i capelli arruffati e la barba non fatta. Non è questione di bon ton, ma di buon senso. Perché è ancora più difficile immaginarsi che il giudizio del povero banchiere non ne sarebbe influenzato. Se è vero che la barba non fa il filosofo, come diceva Plutarco, succede anche che le cose e le persone siano proprio come appaiono, come era convinzione del ben più mondano Malcom Forbes.

Ai giorni nostri il bel vestito di chi rappresenta l’azienda non è fatto di buon tessuto e non si giudica dal taglio perché quasi tutti, prima di vedere l’imprenditore o il manager, vanno a vedere il sito web dell’azienda e giudicano da quel che vi troveranno. Pochi, sempre meno, andranno a visitare la sede dell’azienda. Soprattutto chi viene dall’estero è abituato a cercare semplicemente su Internet.

Mettiamoci per un attimo nei panni di questo potenziale cliente, azionista o finanziatore. Che cosa penseremmo se non trovassimo nessuna informazione in una lingua a noi accessibile come l’inglese? Che cosa potremmo immaginare se dopo avere tanto girato sul sito non riuscissimo a capire cosa fa l’azienda, se va bene o va male? A che conclusioni giungeremmo se ci trovassimo di fronte ad un sito vecchio, poco aggiornato o disorganizzato?

A giudicare dalle attenzioni che le aziende nostrane dedicano al proprio sito – tenuto conto che Internet è un media che non dimentica mai e che è aperto a chiunque in qualsiasi momento – si deve concludere che gli italiani hanno molto sangue freddo. Oppure che sono superiori a queste cose .

Ma forse sbagliano. Il Web è maggiorenne, siamo nell’era 2.0: ciò che più conta è quel che si dice in giro di noi, non quel che noi stessi raccontiamo. Più del 50% del recruiting nelle multinazionali è ormai fatto a partire dai social network. E’ giusto? Dubitare è sempre lecito, ma la tendenza è frutto del buon senso che ci dice quanto sia più facile mentire in un colloquio di lavoro che a tutti quelli che abbiamo conosciuto. Inoltre, nel nostro contesto sociale non possiamo che essere noi stessi, perché in parte siamo il nostro stesso contesto sociale.

Insomma se il metro di giudizio per aprirsi all’esterno è quello della comunicazione obbligatoria, il risultato non può che essere scontato. Lasciando da parte l’immaginazione e ricorrendo alla scienza, il Premio Nobel per l’economia nel 2002 è stato assegnato a Daniel Kahneman, uno psicologo che si è dedicato a studiare non come le persone in teoria dovrebbero decidere, ma come effettivamente decidono.

Le sue conclusioni fanno riflettere: una volta che ci si è formati un giudizio negativo in un certo ambito, è normale che lo si estenda anche ad altri ambiti riconducibili allo stesso soggetto. Così, se dal sito o dalle opinioni in Rete il giudizio che emerge è negativo o ambiguo, quel che sarà valutata non è l’attitudine tecnologica dell’ azienda ma l’azienda stessa. Forse è ingiusto. Ma come diceva Oscar Wilde, solo le persone superficiali non giudicano dalle apparenze. E andrebbe aggiunto un corollario: fare una buona informazione costa più di un buon vestito, ma rende di più.

*Università Bocconi

Francesco Sacco*

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